Gen 26 2015

Il governo e “Big Marijuana” colludono per stroncare l’industria medica della marijuana

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Fonte: The Free Thought Project.com

Lo storico voto (I-502) nello stato di Washington che legalizza l’uso della marijuana ricreativa, è stata una grande vittoria per la libertà. Ma non va tutto bene sul fronte occidentale.

Il difensore civico della città di Seattle, Pete Holmes, sta spingendo per stroncare l’industria della marijuana medica che esiste a Washington da 16 anni. Holmes vuole portare tutte le vendite di marijuana, ricreative e medicinali, in un unico sistema così da poter imporre pesanti tasse sui malati e criminalizzare i fornitori di marijuana medica.
Il Tavolo di Controllo degli Alcolici (il Liquor Control Board, LCB) di Washington sarebbe l’attore di questo racket. Attualmente, la marijuana medica è soggetta a imposte sulle vendite di circa il 9 per cento, proprio come i farmaci da banco. Se Holmes e l’LCB riuscissero nel loro intento, la marijuana medica verrebbe tassata a un tasso effettivo del 44 per cento (una “tassa del peccato”, sin tax in inglese, applicata a generi o attività che non sono ritenuti essenziali nella vita quali il tabacco, l’alcol o il gioco d’azzardo), lo stesso della marijuana ricreativa.

Non possono sopportare il pensiero che un qualsiasi tipo di marijuana possa essere venduta senza subire “estorsione” da parte delle autorità.
I fautori stanno cercando di chiudere dispensari della marijuana medica abolendo gli “orti collettivi.”
“Gli orti collettivi sono generalmente amministrati dai pazienti per i pazienti, con la più grande preoccupazione per la salute e il benessere dei soci su base no-profit, dove i pazienti cercano di ottenere il farmaco con la più di alta qualità al minor costo possibile. La coltivazione collettiva rappresenta una rete chiusa di produzione e di accesso che vieta la deviazione o la distribuzione verso fonti o destinatari non-medici. Gli orti collettivi devono mantenere la legittimità delle loro operazioni e di chi vi appartiene”. Continue reading


Gen 26 2015

La più probabile causa della dipendenza è stata scoperta – e non è ciò che credete

PTO
Questo blog è stato pubblicato originariamente su Huffington Post United States ed è stato tradotto dall’inglese all’italiano da Stefano Pitrelli.
 Sono ormai passati cent’anni da quando le droghe sono state proibite per la prima volta – e nel corso di questo lungo secolo di guerra alla droga, i nostri insegnanti e i governi ci hanno raccontato una storia sulla dipendenza. Una storia tanto radicata nelle nostre menti che la diamo per assodata. Pare ovvia. Sembra palesemente vera. Lo credevo anch’io, fino a quando tre anni e mezzo fa non mi sono imbarcato in un viaggio di 30mila miglia per lavorare al mio nuovo libro, Chasing The Scream: The First And Last Days of the War on Drugs, alla scoperta di ciò che c’è veramente dietro alla guerra alla droga. Ciò che ho imparato lungo la mia strada è che quasi tutto ciò che c’è stato raccontato sulla dipendenza è sbagliato – e che di storia ne esiste un’altra, molto diversa, che aspetta ancora d’esser raccontata, se solo saremo disposti ad ascoltarla.

Se faremo nostra questa nuova storia ci toccherà cambiare non solo la guerra alla droga. Dovremo cambiare noi stessi.

Ciò che ho imparato l’ho appreso da un mucchio di persone straordinariamente diverse che ho incontrato lungo i miei viaggi. Dagli amici ancora vivi di Billie Holiday, da cui ho scoperto che il fondatore della guerra alla droga l’aveva perseguitata, contribuendo alla sua morte. Da un dottore ebreo portato di nascosto via dal ghetto di Budapest quand’era piccolo, per poi scoprire da adulto i segreti della dipendenza. Da un trafficante transessuale di crack a Brooklyn, concepito quando la madre, dipendente dal crack, fu stuprata dal padre, un agente della polizia di New York. Da un uomo che è stato relegato in fondo a un pozzo per due anni da una dittatura dedita alla tortura, per poi riemergerne e finire un giorno col venire eletto presidente dell’Uruguay, segnando così gli ultimi giorni della guerra alla droga.

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Gen 15 2015

Torino, sì alla cannabis libera. E’ la prima tra le grandi città.

Immagine 004Fonte: Repubblica.it

Torino apre le porte alla cannabis, prima tra le grandi città d’Italia. Non che da oggi si possa consumare, produrre per il proprio uso e condividere tra amici la marijuana sul terrazzo di casa, come se si fosse a Montevideo o ad Amsterdam. Ma questo è il senso “politico” della richiesta, partita dalla Sala Rossa dopo il voto di ieri della Sala Rossa e indirizzata al Parlamento: “Passare da un impianto proibizionistico a uno di tipo legale della produzione e della distribuzione delle droghe leggere”. Il testo è quello partorito con un ordine del giorno proposto da Marco Grimaldi di Sel e dai consiglieri Silvio Viale, Luca Cassiani e Lucia Centillo del Pd.

Fino all’ultimo la legalizzazione in salsa torinese era in forse, sotto l’incognita del voto moderato e cattolico del Pd, mentre sembrava più possibile l’approvazione di una seconda mozione pro-cannabis che si limitava ad allargarne l’uso terapeutico. Alla fine il via libera è arrivato. Un po’ a sorpresa. Il Pd si è spaccato tra proibizionisti, astensionisti (tra questi anche il sindaco Fassino) e antiproibizionisti. Questi ultimi, per la verità, la maggior parte. Determinanti sono stati i voti favorevoli dei due Cinque stelle Chiara Appendino e Vittorio Bertola, aggiuntisi agli altri tredici consiglieri favorevoli del centrosinistra: oltre ai firmatari, Guido Alunno, Andrea Araldi, Mimmo Carretta, Gioacchino Cuntrò, Giusi La Ganga, Marta Levi, Laura Onofri, il capogruppo Michele Paolino e Beppe Sbriglio, ex Idv.

Grimaldi canta vittoria: “Torino è la prima grande città in Italia a pronunciarsi sull’abrogazione della legge Fini-Giovanardi e sulla legalizzazione delle cosiddette droghe leggere – dice – Vogliamo mettere fine alle politiche proibizionistiche che hanno solo regalato ai narcotrafficanti centinaia di miliardi di euro, e togliere dall’illegalità centinaia di migliaia di cittadini”. Il radicale Silvio Viale ricorda: “Già nel 1996 la Sala Rossa aveva votato un ordine del giorno: sono passati 17 anni ma la politica ha fatto l’opposto, ipocritamente”. Continue reading


Gen 1 2015

Parlare di droghe e dipendenze online: nuovi luoghi di cura per un’utenza che cambia

chiara-cicalaFonte: Anima online

Le nuove tecnologie di comunicazione si fanno sempre più strada nel campo degli interventi per i consumi di sostanze e le dipendenze, dove ci si confronta con un fenomeno in evoluzione che richiede innovazioni e riadeguamenti continui. In Italia si stanno affermando alcune esperienze interessanti, che incoraggiano a proseguire lungo la direzione tracciata. Tra le altre cose, si rivelano preziose per garantire risposte alle richieste e ai bisogni di chi, per motivi a volte molto diversi, non accede, o accede con difficoltà, ai servizi più tradizionali. Offrire informazioni e consulenza online aiuta anche a limitare quel timore dello stigma, che non di rado contribuisce a tenere alcuni consumatori lontani dai servizi. 

Preciso che, quando parlo di interventi per  i consumi di droghe e le dipendenze, faccio riferimento ai servizi pubblici, quindi ai SerT (le strutture del SSN che erogano prestazioni gratuite per il trattamento, la prevenzione e la riabilitazione delle tossicodipendenze e del gioco d’azzardo patologico) ma, ancora di più, a un sistema di servizi per le dipendenze che, proprio grazie alle sue molte articolazioni, può rispondere a esigenze e bisogni complessi, diversificati e mutevoli. E infatti, da  molto tempo, nelle diverse realtà italiane, in quest’ottica di sistema pubblico si inaugurano progetti, servizi e interventi (spesso realizzati assieme al Terzo Settore) che vanno a integrarsi con quelli più noti e tradizionali come i SerT o gli Enti Accreditati quali le Comunità Terapeutiche.

Tra i tanti interventi indirizzati a un’utenza diversa da quella che si rivolge ai SerT, mi soffermo su due casi dove in particolare l’uso delle nuove tecnologie può offrire un supporto significativo. 

Il primo è rappresentato dagli interventi che raggiungono i consumatori di sostanze nei contesti del divertimento (feste, eventi musicali, discoteche, rave, ecc) e che anche in Italia vantano ormai una notevole esperienza. Sono complessi e richiedono alleanze con le diverse realtà del territorio, anche istituzionali. Équipe con formazione ed esperienza specifica allestiscono chill-out, offrono materiali informativi, strumenti per il consumo sicuro e per il sesso sicuro, counseling adeguato al contesto, a volte un primo soccorso in situazioni di emergenza. La gran parte delle persone raggiunte tramite questi interventi abitualmente non accede al SerT e, semplificando un po’, questo accade perché fa un consumo non dipendente e non così problematico da rendere opportuno un trattamento. Si tratta spesso di giovani, che usano molte e diverse sostanze, tra cui possono rientrare droghe “pesanti” come eroina e cocaina, ma facendone un uso complessivamente compatibile con il mantenimento di spazi prioritari per gli studi, il lavoro, lo sport, i legami affettivi, ecc. Ciò non significa che non corrano rischi, e gli interventi nei contesti del divertimento mirano proprio a prevenire e ridurre i rischi specifici di questi modelli di consumo di sostanze. Ad esempio, i rischi connessi: ai mix tra droghe, all’uso in contesti insicuri, alla guida sotto effetto di alcol e stupefacenti, all’illegalità, al consumo di sostanze di cui si ha poca esperienza e di cui non si conosce la reale composizione e così via.  Continue reading